Il paesaggio: catalizzatore di attività umane.

26 07 2009

Alessandro Russo 

 

Casa de Retiro Espiritual - Emilio Ambasz

La natura e la storia hanno da sempre stretto legami profondi, modellando di volta in volta i profili dei territori sui quali l’uomo ha posato gli occhi. Nella natura l’uomo ha sempre cercato un modello, un’armonia (talvolta illusoria) che potesse razionalizzare e rendere ordinata la sua idea di mondo e di spazio. I volumi, le luci e le dinamiche della natura, si sono evolute di pari passo con la storia, ampliando significati ideologici e caratteri formali. Dunque, trovo che possa dimostrarsi corretto leggere il paesaggio in funzione del concetto di “spazio”, perché è in esso che l’architetto manifesta le proprie relazioni col contesto, con “l’intorno”. E’ nella definizione dello spazio che l’architettura ha cercato di compararsi con la natura, cercando di instaurare un rapporto di bilanciamento e di continuità. Soltanto se si definisce un “luogo” si può parlare di architettura e, seppur la natura nella sua genuina opera ingegneristica sia già di per sé un opera architettonica – un luogo perfettamente equilibrato – (almeno da un punto di vista strettamente romantico), la lettura di un paesaggio deve tener conto anche delle attività umane, delle sue trasformazioni e delle sue ricostruzioni, oltre che delle alterazioni dell’equilibrio naturale.  

Walter Gropius ha scritto che « il paesaggio umano che ci circonda è un’ampia composizione spaziale, costituita di pieni e di vuoti. I volumi possono essere edifici, o ponti, o alberi, o colline. Ogni tratto visibile esistente, naturale o fatto dall’uomo, conta nell’effetto visivo di questa grande composizione »

La storia dell’architettura moderna ruota intorno al suo rapporto con l’ambiente. Una connessione che risulterà, con le dovute previsioni, sempre più vitale in un futuro ormai prossimo. Nel corso degli anni c’è stata una lenta ricerca fatta di tentativi e di idee progettuali miranti all’equilibrio tra natura e manufatto architettonico; quest’ultimo avrebbe dovuto amalgamarsi col contesto senza creare fratture o traumi al territorio, avrebbe dovuto trovare posto “nella” natura, diventando, paradossalmente, parte di essa, il frutto della genialità, delle percezioni e della sensibilità dell’uomo. Un traguardo che però ha spesso prodotto l’effetto inverso, ovvero quello di trasportare la natura nel manufatto architettonico, la quale si è perfettamente integrata a seguito di cambiamenti di natura economica e sociale, piuttosto che progettuali. Maurizio Vitta, osservando alcune tra le principali espressioni dell’architettura dell’inizio del XX secolo, fa alcune interessanti osservazioni inquadrando fin da subito la necessità del movimento moderno di distinguere il “costruito” dal “naturale”:

 «  Incasellata nella logica architettonica, la percezione del paesaggio naturale era dunque destinata a filtrare attraverso gli interstizi della tecnologia del costruito, fondata su nuovi rapporti tra interno ed esterno, figura e sfondo. In tale prospettiva, la teorizzazione dell’architettura di vetro come pura trasparenza ribadì l’aspirazione a lasciarsi trapassare dalla natura come da un soffio vivificante, al quale ispirarsi per sostituirla con nuove presenze e nuove figurazioni »

L’aspirazione a “lasciarsi trapassare” rivela la volontà di non frapporre, tra la “genuina” natura e la “artificiale” architettura, alcuna barriera invalicabile, in modo da permettere una continua relazione col territorio che ci ospita, riducendo al minimo la sensazione di estraneità nei confronti del “selvaggio” mondo naturale che l’uomo moderno sente più che mai distante dalle proprie abitudini.





Vincent Callebaut: l’architettura del nuovo mondo.

10 03 2009

Alessandro Russo

Vista aerea dei ghiacchi antartici

 

“Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto, pari al peso del volume di fluido spostato”

 Il principio di Archimede è abbastanza intuitivo, tutti ne conosciamo gli effetti.  Mettiamo un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua e noteremo che il livello dell’acqua si innalzerà in modo proporzionale al volume del cubetto.

Benissimo. Sostituiamo il bicchiere d’acqua con gli oceani e il cubetto di ghiaccio con i ghiacci delle calotte polari. Risultato? Innalzamento del livello del mare ed una conseguente perdita di terre emerse. Il passaggio successivo è: sostituiamo i valori e facciamo stime reali, in modo da valutare come muterà l’assetto del pianete in un futuro relativamente prossimo.

Sebbene ci siano dati e previsioni molto discordanti al riguardo, prendiamo alcuni tra quelli più accreditati, ovvero quelli forniti dal GIEC (Gruppo Intergovernativo sull’Evoluzione del Clima), per ragionare sui nuovi orizzonti con i quali l’attività umana sarà costretta a confrontarsi. Il GIEC conta circa cinquecento scienziati di varie nazionalità giunti ad una stima approssimativa dei possibili cambiamenti con cui l’ecosistema dovrà confrontarsi in un prossimo futuro. L’attività scientifica internazionale è concorde sul fatto che un incremento della temperatura del globo di 1 ° C porterà, a seguito dello scioglimento dei ghiacci polari, ad un aumento volumetrico dei mari tale da riscontrare un innalzamento del livello marino compreso tra  i venti ed i novanta centimetri. Sebbene si tratti di una attività naturale ciclica, occorre constatare che tale attività ha subito notevoli slanci a causa dell’opera umana. Il surriscaldamento anticipato ed il conseguente scioglimento dei ghiacciai sono il prodotto di un utilizzo errato delle risorse naturali e di una speculazione industriale tutt’altro che ecosostenibile. Pertanto l’aumento di circa un metro del livello marino porterebbe alle terre emerse perdite di circa lo 0,05% in Uruguay, 1% in Egitto, 6% nei Paesi Bassi, 17,5% in Bangladesh e fino al 80% circa nel atollo Majuro in Oceania (Marshall, Kiribati e altre isole passo dopo passo, Maldive): inevitabili problemi in tutte le zone costiere.

Paesi come il Vietnam, Egitto, Bangladesh, Guyana o Bahamas vedrà loro luoghi più abitati sommersi, i loro più fertili campi devastati dalla invasione di acqua salata impegnata a danneggiare gli ecosistemi locali. New York, Bombay, Calcutta, Ho Chi Minh City, Shanghai, Miami, Lagos, Abidjan, Giacarta, Alessandria … tutti luoghi in pericolo se non si comincia la doverosa opera di prevenzione e protezione connessa ad una tale minaccia. In questa proiezione del futuro, che gli scienziati vedono possibile nell’arco di un secolo, le attività umane, le culture e le società, dovranno gemellarsi come forse mai è accaduto nella storia umana di cui si ha memoria.

 

Al riguardo sono tornato a sfogliare un libro che lessi tempo fa. Un testo che non trattava di clima ed ecosostenibilità, ma semplicemente di composizione dell’architettura. Materia affascinante e intrisa di  legami saldi con tutto ciò che sta intorno all’architettura. Si parlava di cambiamenti, di permanenze. Seppur Franco Purini, l’autore del libro, sia un tradizionalista, alcune sue parole le ho trovate molto vicine a ciò che, invece, non segue affatto alcuna tradizione. Mi si perdonerà se mi permetto di estrapolare alcune battute da un discorso più ampio. Farlo è sempre una violenza.

“L’architettura di questi ultimi anni sembra rifiutare di crescere sulla propria storia. Essa si rivolge all’arte come l’unico ambito di una sua possibile rigenerazione. Nel frattempo la stessa arte aspira ad una totalità pervasiva, proponendosi come il modello più alto per ogni manifestazione dell’esistenza umana, più alto anche della religione”

 

Rappresentazione digitale del progetto di Vincent Callebaut

 

L’architetto, in uno scenario di modifica degli assetti globali, è per forza di cose chiamato in causa. È in queste occasioni che l’architettura raggiunge l’apice della manifestazione dell’esistenza umana. Lo sa bene un architetto belga, Vincent Callebaut, che certe problematiche se l’è poste anzitempo. Valutando i dati, le prospettive climatiche, le possibili modifiche dei luoghi abitati, ha condotto il proprio estro nel futuro, progettando nuovi modi di vivere i luoghi e le città. A chi è rivolto il suo studio? A chi sarà costretto a lasciare la propria abitazione a seguito degli incombenti cambiamenti climatici. Lui li chiama “rifugiati ecologici”.

Senza altre parole, introduco la sua idea, così come lui la mostrata al mondo. Tratta temi quali ecosostenibilità, urbanizzazione del mare, nomadismo. A mio avviso si tratta di uno scenario interessante, soprattutto ai fini speculativi. Callebaut lancia un interrogativo ed una provocazione allo stesso tempo. Chiede se l’umanità è pronta per modificare la sua idea di luogo. Se è pronta a staccarsi dalle ataviche forme di appartenenza alla Madre Terra, sostituendo sotto i piedi il brullo terriccio con le fredde acque dell’oceano. 

Il progetto “Lilypad”, nasce da questo.  Si occupa di una soluzione sostenibile in riferimento alle stime sull’innalzamento del livello marino mondiale. Si tratta di una sorta di galleggiante, una “Ecopolis” che ha il duplice obiettivo di ampliare l’utilizzo di zone fin’ora mai prese in considerazione (a causa di evidenti problemi strutturali cui dovrebbero sottoporsi opere di edilizia) dei paesi più sviluppati, come il Principato di Monaco, ma soprattutto per la concessione di alloggi a rifugiati climatici. Ragionevole valutazione di un futuro prossimo col quale dovranno fare i conti le popolazioni più colpite dall’innalzamento marino, come gli atolli polinesiani.

 

Lilypad, un prototipo di autosufficienti città-anfibi

 

Fotomontaggio finalizzato alla contestualizzazione del progetto.

 

La struttura galleggiante in «rami» della Ecopolis è ispirata alla struttura e alla forma della Lilypad, una varietà tra le più grandi e belle ninfee dell’Amazzonia. Nello specifico  si tratta della varietà Victoria Regia, circa duecentocinquanta volte più grande del normale.  La doppia pelle della struttura galleggiante è costituita da fibre di poliestere ricoperto da uno strato di biossido di titanio (TiO2), una membrana che reagisce ai raggi ultravioletti permettendo l’assorbimento dell’inquinamento atmosferico sfruttando una sorta di “effetto fotovoltaico”.  Interamente autosufficiente, la Lilypad riprende le quattro principali sfide lanciate da parte dell’OCSE nel marzo 2008: il clima, la biodiversità, l’acqua e la salute.  Ha raggiunto un positivo equilibrio energetico con zero emissioni di carbonio e con l’integrazione di tutte le energie rinnovabili (solare, termica e fotovoltaica, energia eolica, idraulica, energia delle maree, utilizzo di biomassa) producendo quindi una quantità di energia proporzionale al consumo. È a tutti gli effetti un biotipo interamente riciclabile.

 

Ninfea Lilypad - varietà Victoria Regia - Amazzonia

 

Si tratta di un vero mezzo anfibio integrato con una nuova concezione della città, in grado di ospitare cinquantamila abitanti, sostenere la biodiversità che occorre al corretto sviluppo della fauna e della flora.  Tutt’attorno vi è la laguna che cinge una centrale di raccolta di acqua. Tale laguna artificiale è interamente immersa grazie ad un apposito sistema di zavorramento, che consente di vivere nel cuore della profondità subacquee.  L’assetto multifunzionale della città suddivide gli spazi in tre porti turistici e tre montagne, rispettivamente dedicati al lavoro, ad attività commerciale ed intrattenimenti.  L’insieme è coperto da uno strato di alloggi “sospeso”, nel quale si impiantano giardini e dai quali si dirama una rete di strade e vicoli basata su precisi  schemi organici.  L’obiettivo è quello di creare una armoniosa coesistenza della coppia uomo-natura, un binomio necessario per esplorare nuovi modi di vivere il mare.

 

Scomposizione dei volumi ed identificazione delle parti compositive.

 

NOTA IMPORTANTE: Le immagini utilizzate, la descrizione del prototipo e alcuni frammenti dell’articolo sono stati tradotti dal sito ufficiale di Vincent Callebaut, nella sezione dedicata al progetto. Molte parti sono state sottoposte ad aggiunte. L’articolo potrebbe contenere piccole inesattezze provocate da una traduzione errata. Molte altre informazioni tecniche sono reperibili sul sito dell’Architetto.

 

 

 





Da Arte a Scienza. La rivalutazione Galileiana dei canoni Vitruviani.

14 12 2008

Alessandro Russo

 

 

Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze (Galileo) - De Architectura (Vitruvio)

 

Potrebbe sembrare retorico.  Ma l’Architettura è effettivamente una scienza umana tra le più dinamiche, è un’arte nobilissima come solitamente usava definirla Le Corbusier. Ma è figlia delle sperimentazioni e delle idee infrante di innumerevoli padri. L’Architettura è una disciplina senza tempo, è un approccio alla realtà. Per queste ragioni credo sia necessaria un’osservazione tanto fondamentale quanto semplice nel suo contenuto: la Storia ha permesso all’uomo di giocare con la natura, modello preferito, lasciando che la curiosità solleticasse di volta in volta l’estro e l’egoismo degli architetti. Perché, in fondo, l’architetto è solo un elemento stimolatore dell’evolversi della realtà, e con essa delle società di tutti i tempi.

A nulla serve negare questa connessione. Tutto ciò che sfioriamo ogni giorno è stato pensato, è stato sintetizzato e comunicato, è stato prodotto. L’architetto ha un peso grande da sobbarcarsi: decide i lineamenti delle città, delle chiese e delle piazze, gioca con la società, con la morale e la religione.  Per queste e altre ragioni trovo che il metodo sperimentale Galileiano (pubblicazione del 1638 a Leida dei “Discorsi e dimostrazioni Matematiche intorno a due nuove Scienze”) oltre ad essere una roccaforte della cultura moderna in ambito filosofico e scientifico, simboleggi la frattura di confini che i teorici d’Architettura hanno creduto, in tempi passati, necessari al fine di stabilire un certo ordine nella lettura dei “fatti d’Architettura”. Alle affermazioni di Vitruvio, che poggiavano solo sull’ “arte del costruire” viene attribuita nei secoli successivi al suo (soprattutto durante il Rinascimento) una valenza molto più generale, trasformando l’apparato di principi e regole da lui esposte in una “teoria del costruire”. La “Firmitas” (concetto che vedremo) viene allora concepita in stretta congiunzione con la teoria delle proporzioni: questa è la teoria a cui Galileo vuole opporsi, spezzando il legame con la tradizione costruttiva che basava la propria esistenza sulla ripetizione empirica di esperienze costruttive precedenti. La sperimentabilità di un evento, la possibilità di analisi dettagliata e supportata da solide dimostrazioni scientifiche, danno la luce a discipline fondamentali come la Statica e la Scienza delle costruzioni.

Galileo introduce un concetto fondamentale, quello di Resistenza dei materiali, permettendo di stabilire delle regole che consentano di assegnare la Forma e le Dimensioni degli elementi costruttivi, architettonici e “macchinali” aventi funzione strutturale, in modo da evitare rotture per difetto di resistenza. Appare calzante un paragone: così come la scoperta dell’America decreta convenzionalmente la fine del Medio Evo, così le intuizioni di Galileo sanciscono, dopo adeguate decantazioni, la trasformazione dell’architetto da Artista a Scienziato. La teoria delle Proporzioni, unica regola costruttiva valutata e seguita dagli architetti del XVI secolo, onorata e venerata  da trattatisti quali Vitruvio, Palladio e Leon Battista Alberti, muta il suo corso radicalmente. È uno slancio epocale, dall’Arte del costruire alla Scienza del costruire, dall’Esprint de Finesse all’Esprint de Geometrie.

Galileo in sostanza afferma che la Teoria architettonica elaborata dai Trattatisti è falsa. Palladio e Leon Battista Alberti sono figli del loro tempo e hanno contribuito a confondere i ruoli tra Arte e Scienza. Col senno di poi la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo avrebbe senz’altro modificato in modo sostanziale le concezioni di alcuni tra gli architetti più geniali già citati. Tuttavia è opportuno fare un salto indietro, superando almeno per un primo momento le problematiche rinascimentali, i fraintendimenti, per tornare sul testo che più d’ogni altro ha lasciato il segno nella storia dell’Architettura e che più di tutti ha condizionato e permesso le valutazioni Galileiane. È importante dire, a mia discolpa, che l’argomento interessante quanto vasto  in questo primo articolo sarà trattato solo in parte, l’attenzione sarà dedicata esclusivamente alla Teoria delle Proporzioni e alle visioni Vitruviane che hanno dato origine agli sviluppi successivi. Altri articolo andranno a completare il quadro in un futuro prossimo.

 

Modulo - Illustrazione tratta dal De Architectura (Vitruvio)

 

“…ma queste opere devono essere realizzate secondo criteri di solidità (firmitas), di comodità (utilitas) e di bellezza (venustas). Il primo principio sarà rispettato se le fondamenta poggeranno in profondità, su strati solidi e se la scelta dei materiali sarà accurata, senza badare a spese; il secondo, o della funzionalità, allorché la distribuzione degli spazi [risponda] a un uso corretto e agevole e rispetti opportunamente l’esposizione cardinale in base alla funzione specifica dei locali. Il terzo infine, quello della bellezza, quando l’aspetto esteriore dell’opera sarà gradevole e raffinato, nel rispetto delle giuste proporzioni e della simmetria delle sue parti”

(Vitruvio – De Architectura)

Firmitas, Utilitas e Venustas. Tre paroline audaci che hanno caratterizzato le problematiche del “fare Architettura” durante tutto il rinascimento, con la convinzione che il modello antico riportato da Vitruvio fosse il più corretto, uno standard senza tempo e senza ipotesi di cambiamento. La struttura (firmitas), la funzione (utilitas) e l’estetica (venustas) hanno concretizzato la genesi di un trattato, il De Architectura, che basa la propria esistenza su canoni precisi, su moduli e proporzioni, modelli e idee ritenute universali. La “forma” di una costruzione è scandita dall’unità di misura dell’opera, dalle simmetrie e dai rapporti tra le parti. L’architetto è un progettista attento a rispettare un’Arte prima che una Scienza, come abbiamo accennato. Tuttavia già Vitruvio suggerisce alcuni metodi di analisi, incoraggiando, o forse profetizzando, un radicale cambiamento della disciplina: traduce l’idea di “bello” con canoni matematici. I numeri appassionano, illudono, concorrono a concretizzare le intuizioni sempre mantenendo un fascino che ci avvolge e ci lega ad essi, hanno da sempre un certo potere mistico. Alcuni architetti subito dopo il Sulla scia del Rinascimento riscoprono Vitruvio leggendo nei suoi scritti l’opportunità di intraprendere prima dell’opera di contemplazione quella di analisi, il che pone l’attenzione su un livello del tutto nuovo, più critico e formale, talvolta distante dalle passioni e più assoggettato a delle convenzioni materiali, meno astratte, come l’idea di simmetria o di proporzione. La Matematica, d’un tratto, diventa il linguaggio comune che permette di leggere la “bellezza” architettonica. È uno strumento fondamentale che l’architetto è obbligato a conoscere e “a far rendere”, la traccia che lo segnerà nel profondo permettendogli di disegnare con pochi segni e con più idee, di lasciare il calderone degli Artisti per elevarsi, per raggiungere la nuova generazione di Scienziati, di progettisti che fanno dell’Arte un linguaggio matematico scomponendola fin negli elementi primari.

“…la Simmetria è un accordo uniforme tra i membri della medesima opera, ed una corrispondenza di ciascuno de’ medesimi, presi separatamente, a tutta la figura intiera, secondo le proporzioni che le compete; siccome nel corpo umano vi è simmetria tra il braccio, il piede, il palmo, il dito e tutte l’altre parti: così addiviene in ogni opera perfetta. E primieramente nei templi sacri dalla grossezza delle colonne, ovvero dal triglifo si prende il modulo […]

[…] Come nel corpo umano la caratteristica euritmica sta nel rapporto simmetrico dato dal piede, dalla mano, da un dito e dalle altre membra, così deve essere nella realizzazione dell’opera architettonica. E specialmente negli edifici sacri il calcolo delle proporzioni è fatto in base al diametro delle colonne o dalla larghezza del triglifo […] nelle balliste in base al diametro del foro che i greci definiscono περιτρητον, nelle navi in base alla misura dell’interscalmio, detto διαπηγμα e così pure nelle altre costruzioni esso è dato dalle parti dell’opera stessa”

(Vitruvio – De Architectura)

 

Proporzioni e Moduli - Illustrazione tratta dai Quattro Libri sull'Architettura (Palladio)

 

Un concetto cardine nell’analisi architettonica di Vitruvio è senza dubbio quello di Firmitas. Non ho ancora specificato che tra i tre capisaldi sopra citati, quest’ultima è la più interessante e la più vicina al moderno concetto di “qualità del costruire”. Difatti la Firmitas rappresenta la stabilità e la resistenza dell’opera raggiunta seguendo determinate metodiche progettuali e costruttive, frutto di una attenta osservazione del passato. In fondo è una intuizione semplice che suggerisce all’architetto di capire come funziona un tetto, di vederlo e toccarlo in un edificio costruito e ben saldo, prima di riprodurlo. L’analisi di ciò che “è stato” deve essere un monito per “ciò che sarà”.
Il corpo umano è senz’altro un modello dal quale l’Architettura attinge nuove ispirazioni e nuove proporzioni. In questa prospettiva la Firmitas altro non è che l’ossatura umana, tutto ciò che sostiene la “bellezza del corpo”, l’immagine, la Venustas. È un rapporto stretto quello che lega la struttura all’apparenza, come un cuore che dall’interno pulsa con vigore, permettendo il corretto sviluppo della bellezza e della funzione. D’altronde Vitruvio ci introduce concetti quali “ordinatio” e “eurithmia” sottolineando l’importanza visiva e speculativa dell’armonico accordo tra le parti dell’opera e la corrispondenza di ciascuna parte con il tutto.

I trattatisti del Rinascimento hanno in parte deviato quello che era il pensiero di Vitruvio riguardo le proporzioni e la modularità delle parti. Infatti il raggiungimento della Firmitas non è legato esclusivamente a questo, bensì anche alla capacità critica di un architetto e dalla conoscenza di altre attività umane. In definitiva il rigido apparato teorico, ovvero l’insieme di regole da rispettare per ottenere la Firmitas, non è dato da Vitruvio, ma dai suoi commentatori successivi.

 

“…questa scienza è frutto di esperienza pratica e di fondamenti teorici. La pratica deriva da un continuo esercizio finalizzato a realizzare un qualunque progetto […] mentre la teoria consiste nella capacità di mostrare e spiegare la realizzazione dei progetti studiati con cura e precisione nel rispetto delle proporzioni”

(Vitruvio – De Architectura)

Rappresentazione delle proporzioni umane (Salamina)

 

La professionalità di un architetto deriva dalla correlazione che instaura tra Scienza ed Arte. A questo proposito è interessante introdurre una ulteriore considerazione, riprendendo la distinzione che Vitruvio fa in ambito Matematico: Aritmetica e Geometria sono due strumenti in simbiosi, entrambi determinano l’ascensione della Matematica a nobile disciplina filosofica. 
La Teoria delle Proporzioni Vitruviana trae spunto dall’analisi del corpo umano. Parliamo, infatti, di Meccanica Vitruviana riferendoci alle regole di armonia delle creazioni umane, indipendentemente dalla tipologia e dalla grandezza del modulo di riferimento. A questo proposito il testo è molto più chiaro di ulteriori parole.

“…la sua composizione “si basa sulla simmetria i cui principi l’architetto deve rispettare scrupolosamente […]; infatti nessun tempio può avere un equilibrio compositivo senza rispettare simmetria e proporzione, come è per la perfetta armonia delle membra di un uomo ben formato .  […] Se si è dunque d’accordo sul fatto che il sistema numerico è ricavato in base alle membra del corpo e che tra ognuna di esse singolarmente presa e l’insieme della figura umana esiste una costante corrispondenza simmetrica, ne consegue che dobbiamo ammirare quegli architetti che anche nella progettazione dei templi degli dei immortali disposero i vari elementi dell’opera in modo tale da ottenere nel rispetto delle proporzioni e della simmetria una adeguata disposizione delle parti e dell’insieme”

(Vitruvio – De Architectura)





Isaura, la città dai mille pozzi

9 12 2008

Alessandro Russo

 

 

La lettura delle “città Invisibili” di Italo Calvino è leggera e fluida. Un romanzo che è per gli studenti d’architettura una sorta di manuale, una guida su come nasce e si realizza l’idea di città. Uno strumento poco tecnico come potrebbero esserlo molti altri, ma comunque valido e ricco di espressioni, di soggezioni, dai riferimenti vaghi al mondo contemporaneo. C’è chi ha pronta un immagine reale, che si tocca e si “respira”, per ognuna delle città immaginarie di Calvino, riferimenti oggettivi. Altre, invece, rimangono schizzi o fantasie. Occore però tenere sempre presente che si tratta di letteratura.

La cadenza ritmica dei dialoghi tra il Kublai Khan e Marco Polo, tra un capitolo e l’altro, inquadra lo scritto in una categoria particolare: un gioco combinatorio che alterna alle parole degli uomini la descrizione talvolta sommaria, altre volte accurata, di luoghi e sensazioni da questi provocate. La natura è un filo conduttore importante, arbitro di molte contese, è il denominatore comune delle città che non si vedono, che si immaginano… delle città invisibili. D’altronde lo stesso Marco Polo ci suggerisce una chiave di lettura validissima:

«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura.D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda»

Quindi è una questione di risposte? Esiste un dialogo tra la città e il cittadino. Un gioco di sensazioni che contribuiscono anche alla definizione del “senso d’appartenenza”: un elemento di un organismo più grande. La città è uno strumento di comunicazione, è un linguaggio. Ma è anche un tassello importante della nostra cultura, che ci condiziona per tutta la vita.

Le città invisibili - Romanzo del 1972

Tra le tante città descritte nel libro di Calvino l’attenzione mia e quella di un mio compagno di studi, Albero Saracino, si è incentrata sulla città di Isaura, così descritta:

« Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia. Di conseguenza religioni di due specie si danno a Isaura. Gli dei della città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene sotterranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano, negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli, negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto. »

Isaura - Plastico di una porzione di città

Schizzo del ponteggio cittadino

E’ così nato un plastico illustrativo ed una serie di schizzi nei quali vengono disegnati con una certa fantasia e senza particolari vincoli una serie di elementi quali:

  • Il sistema di ponteggi sovrapposto alle arterie principali che attraversano la città, il quale ha la duplice funzione di “via di trasporto” delle acque e “riparo” delle aree ciclo-pedonali.
  • Ai margini della città, su deboli colli che seguono il profilo del lago sotterraneo, sono impiantate trivelle e mulini, per estrarre l’acqua e successivamente immetterla nelle tubature che conducono al grande serbatoio.

 

    Schizzo e plastico della caverna sotterranea
  • Le trivelle, lontane dal centro urbano, estraggono l’acqua che l’intricato sistema di tubature contribuisce ad incanalare al serbatoio principale nella piazza di Isaura.
  • Le tubature sostenute dai ponteggi vengono convogliate verso il centro della grande piazza  della città, dove un grande serbatoio cilindrico immagazzina l’acqua estratta. Mediante un  sistema di cavi i ponteggi sono sprovvisti di piloni all’interno della piazza. Punto  corrispondente al centro del lago sotterraneo.

Plastico di Isaura

 

  • La città di Isaura presenta tubi di aspirazione dell’acqua che, rendendo autonoma la maggior parte degli edifici, attingono direttamente dal lago sotterraneo, così come le trivelle ed i numerosi pozzi.
  • Uno dei viali principali sovrastato dal ponteggio a sostegno della struttura idraulica di trasporto dell’acqua. Viale principale in corrispondenza dei mulini presenti sul colle al  margine della città.  
  • Il serbatoio principale posto al centro della piazza sostiene i ponteggi, convergenti  verso di esso, mediante un sistema di cavi.

 

Plastico di Isaura





La falsa regola di Scampia

8 12 2008

Alessandro Russo

 

Le Vele di Scampia

 

Per alcuni giorni ho lasciato che una frase mi risuonasse nella testa. Un’azione forse volontaria, che inconsciamente mi è servita a riflettere, mi ha fatto capire tante cose. Si tratta di una affermazione fatta da un architetto che ho trovato sgradevolmente vicina a ciò che conosco, a ciò che appartiene alla mia terra d’origine.

“La brutta architettura dà origine a brutta gente”

C’è un doppio livello di lettura. Del quale dobbiamo impadronirci subito, per non degenerare in banali considerazioni che possano compromettere il concetto stesso di Architettura e la relazione che la lega al nostro tempo e alla nostra società. Parlo di un livello speculativo, di carattere teorico, e di uno più materiale, sperimentabile.

 

Le Vele di Scampia

 

L’aspetto concettuale è legato a quello didattico in modo abbastanza lampante:  nelle facoltà di Architettura, dove vengono forgiati gli architetti che disegneranno i profili delle città di domani, si insegna agli studenti a “vivere” il progetto, a camminare tra le sue ombre e le sue luci, a percepire le sensazioni maturando un certo senso di “giustizia”: mi riferisco alla ricerca di una equa dose di funzionalismo, di estetica e di comunicazione. Si insegna la soggettiva arte dell’immedesimazione, che dovrebbe far brillare dubbi e ripensamenti sul progetto, i quali dovrebbero  essere la prova del nove della “buona Architettura”. In tutta franchezza trovo che con queste premesse l’affermazione all’origine di questo articolo possa dimostrarsi appropriata: le Vele di Scampia, a Napoli, rappresentano tutto ciò che non deve essere fatto. Sono il monito di ciò che un architetto non deve raggiungere. Le Vele di Scampia sono un alveare in un deserto degradato che, malgrado i progetti e le prospettive di riqualificazione del “maltrattato” Franz Di Salvo, restano tutt’oggi la culla di una malavita che ha trovato terreno fertile in un’Architettura non pensata, eretta sulla scia della 167 del 1962. Seppur il progetto prevedesse aree verdi, infrastrutture e riconversioni di un area immensa che doveva toccare i confini di Ponticelli, resta soltanto lo strascico di quello che è definito dalla figlia di Di Salvo come un aborto, lontano dalle premesse progettuali iniziali e immischiato in squallidi compromessi politici che hanno definitivamente infangato e stravolto il lavoro di Di Salvo dopo la sua morte.

 

Le Vele di Scampia

 

Esiste poi un secondo piano di lettura della faccenda, quello che riguarda chi vive queste zone e chi porta sulle spalle il peso del progetto, quello che ha visto la luce nelle sue successive modifiche. Mi sono permesso di reinterpretare il concetto secondo il quale “la brutta architettura dà origine a brutta gente”, attribuendo a questa massima una sfumatura scomoda, per la quale non era stata concepita. Ne ho forzato il significato perché trasudava una realtà che ho vissuto, che ho visto, che ne ha dimostrato l’inesattezza dei contenuti. La brutta gente è il prodotto di altra brutta gente. L’architettura in molti casi non c’entra nulla, è solo un valore aggiunto. L’architetto non può avere sulle spalle un peso tanto grande, non può e non deve ridisegnare i confini sociali e le politiche locali. Deve limitarsi a fotografare il suo tempo, analizzarlo progettando in relazione alle intuizioni che ha del futuro. Se la didattica insegna a tener conto del cittadino come fosse un normotipo, la realtà delle cose dovrebbe relativizzare la didattica stessa, soprassedendo le lezioni d’accademia in virtù delle ipotesi più semplici: la casualità e la speculazione che la società può fare dell’idea di Architettura.





Intuizioni e Soggezioni

7 12 2008

Alessandro Russo

 

 

Mi è capitato, dopo molto tempo, di rileggere un paio di righe di un architetto che non amo particolarmente, ma che ha segnato in modo indelebile l’architettura del nostro tempo, in particolar modo, ed è quello che più mi interessa, l’approccio teorico ai problemi di Architettura. Un personaggio “da studio” che i giovani apprendisti come me leggono e rileggono fino a tentare di scoprirne le geometrie elementari, nonché le idee equivalenti, che hanno concesso il concepimento delle forme della sua architettura. 

 


(Aldo Rossi – Porta del Levante)


Sebbene l’arte  in generale debba sottostare al gusto dell’osservatore, mi è parsa estremamente profonda l’osservazione che di seguito riporto, scissa dalla semplice accezione materiale che solitamente, superficialmente, si apprezza di una costruzione:

<< … a volte vedo il tempo come una costruzione plastica dove si depositano rottami di cui abbiamo perso la conoscenza originaria ed insieme ad essi frammenti di una costruzione meravigliosa. Ma sempre non possiamo ricomporre ciò che è stato rotto, e non ci interessa di comprendere ciò che è perduto. E l’architettura? Vi è un monumento in Sardegna della civiltà nuragica che sempre cerco di capire e nel contempo di copiare. Esso scende nella terra, è solo una scala verso un fronte che è illuminata dall’alto. Come ingegneri possiamo capirlo in qualche modo nella sua sezione se accettiamo una geometria non euclidea dove il confluire dell’ordine è un opera oscura. E sempre mi sembra incredibile che quest’opera sublime di architettura sia estranea all’architettura e vedo come un disastro che l’antico significato se mai sia esistito sia solo un’opera oscura.>>

(Aldo Rossi)
 
Ho reinterpretato questa riflessione di Aldo Rossi facendola convergere verso il sottile quanto fondamentale passaggio che precede la progettazione: l’analisi del contesto, perno saldo verso il quale l’architetto deve avvolgersi mutando l’aspetto della sua mente disegnando profili che coabitino in funzione di precedenti realtà. Intervenire in un luogo implica (o dovrebbe farlo) l’accettazione di una serie di “regole” non scritte ma “percepite”. Mi riferisco ad un paradossale esercizio mentale: immaginiamo di dover disegnare qualcosa che si amalgami e dialoghi con un luogo storico ricco di simbolismi antichi. Reinterpretare il paesaggio in funzione di ciò che già esiste. È una attività impegnativa, ricca di sensazioni e riflessioni, che richiede un grande senso analitico e razionale. Lo stesso Rossi in “l’Architettura della città” descrive il sapiente lavoro dell’architetto in relazione ad un concetto quale quello di locus, una concezione tanto importante ai fini qualitativi di un progetto, da rappresentare uno stretto laccio tra chi definisce i nuovi profili della società, l’architetto, e chi la abita.

 Mi appare appropriato, quindi, ripercorrere alcune sue righe in merito al testo citato: << … la città stessa è memoria collettiva dei popoli; e come la memoria è legata a dei fatti e dei luoghi, la città è il locus della memoria collettiva. Questo rapporto tra il locus e i cittadini diventa quindi l’immagine preminente, l’architettura, il paesaggio; e come i fatti rientrano nella memoria, nuovi fatti concrescono nella città. In questo senso del tutto positivo le grandi idee percorrono la storia della città e la conformano.>>


(Aldo Rossi – Teatro del mondo)

 

Ricollegandomi alle prime osservazioni fatte, direi che la visione del tempo come un “flusso plastico e malleabile” contribuisce all’opera di rimescolamento di elementi formali, anche storicamente non complanari, talvolta necessari all’innovazione sia della tecnica che della forma. L’esempio del panorama sardo segue con accuratezza i suddetti presupposti. L’intuizione d’un architettura persa nel tempo rinasce tra le idee cartacee d’un architetto eclettico che sa modellare e rivalutare aspetti antichi, riformulati in chiave funzionale. Persino la normale visione euclidea del mondo è messa in crisi, d’altro canto nessuno vieta di negare il quinto postulato in virtù di nuove percezioni. Come sempre accade ci troviamo nel bel mezzo d’un mero punto di vista, adatto, stavolta, a finalizzare il proprio operato nei confronti del punto focale della faccenda: l’uomo. È interessante osservare, in questo modo, come l’ordine delle descrizioni geometriche sia messo in crisi da un oscuro (come dice lui) nuovo traguardo, risultato di un cambio di coordinate che non ne altera l’essenza, poiché in fondo seppur senza consueti appigli, sempre d’architettura si tratta. 

 





Simmetrie ed Utopie

6 12 2008

 Alessandro Russo

 


“La scienza della natura non è che scienza di rapporti. Tutti i progressi del nostro spirito consistono nello scoprire i rapporti.”

(G. Leopardi – Zibaldone)

Questa frase mi serve da premessa, affinchè sia sempre ben chiaro cosa cerchiamo e perché lo facciamo. Parlo di una ricerca astratta, di un percorso intrapreso alla scoperta di noi stessi prima degli “intorni” conoscibili.
Ripercorro con piacevlezza proprio mentre scrivo uno scambio di idee avuto con un docente riguardo le modalità di rappresentazione della realtà dall’antichità alla contemporaneità. Discussione nata in campo architettonico, con annesse teorie proporzionali e geometrie sempre più abbinate a concezioni che fanno dell’architetto l’osservatore della realtà e il sintetizzatore, nonché catalizzatore, di ideali e mistificazioni di intere epoche.

Ma fin da subito le molteplici domande di noi “curiosi sperimentatori” hanno dimostrato l’eccessiva esulità di visioni legate ancora troppo ad un mondo sperimentato nel “De Harmonia Mundi” e mai evoluto da allora. L’Architettura, quindi, ci è parsa fin da subito un campo d’indagine limitato, poiché il discorso si allontanava sempre più da comprensibili, in quanto tangibili, canoni per avviarsi verso un più complesso mondo fatto di parole, di filosofia e di pensiero… ed in questo frangente gli astrattismi e le doti intellettuali di un architetto ricordano che le convenzioni servono a questo: creare linguaggi che rendano possibile la comunicazione, che sia questa grafica od orale poco importa. Quel che interessa è che al variare di assiomi ci rendiamo conto di quanto è macchinosa la nostra mente, abituata ad analizzare un problema alla volta, costretta allo sforzo massimo per relativizzare il proprio punto di vista.

Esiste latente nell’uomo una concezione che lo obbliga alla ricerca di metodi dimensionali e proporzionali che identifichino simmetrie ed ordini naturali capaci di descrivere formalmente la realtà. L’uomo è alla ricerca di un ideale geometrico perfetto, lineare e semplice pur nella sua eterna complessità e nella sua vanesia utopia. Un’idea fatta di poche regole che mascherano con sufficienza direzioni ancora celate, forse ancora da immaginare, forse lasciate in un angolo a marcire…ancora incomprensibili.

Tuttavia è altrettanto innata la concezione secondo cui l’apparenza che volontariamente adoperiamo per costruire la nostra esistenza è controbilanciata da una caotica visione della materialità. La nostra è una reinterpretazione della realtà ordinata secondo parametri paradossali che definiscono, per l’appunto, “ordinata” l’asimmetria e il disordine, in virtù della presa di coscienza che ciò che conosciamo come classica linearità altro non è che una asettica pratica che raggira il nostro intelletto rendendolo partecipe di concetti semplificati, via via più complessi. La semplicità sta tutta nell’osservazione della casualità, e nella ammissione della sua eterna validità oggettiva. L’Architettura è una bussola, un mezzo per l’orientamento e per la sintesi di concetti che nascono caotici e muoiono simmetrici…