Intuizioni e Soggezioni

7 12 2008

Alessandro Russo

 

 

Mi è capitato, dopo molto tempo, di rileggere un paio di righe di un architetto che non amo particolarmente, ma che ha segnato in modo indelebile l’architettura del nostro tempo, in particolar modo, ed è quello che più mi interessa, l’approccio teorico ai problemi di Architettura. Un personaggio “da studio” che i giovani apprendisti come me leggono e rileggono fino a tentare di scoprirne le geometrie elementari, nonché le idee equivalenti, che hanno concesso il concepimento delle forme della sua architettura. 

 


(Aldo Rossi – Porta del Levante)


Sebbene l’arte  in generale debba sottostare al gusto dell’osservatore, mi è parsa estremamente profonda l’osservazione che di seguito riporto, scissa dalla semplice accezione materiale che solitamente, superficialmente, si apprezza di una costruzione:

<< … a volte vedo il tempo come una costruzione plastica dove si depositano rottami di cui abbiamo perso la conoscenza originaria ed insieme ad essi frammenti di una costruzione meravigliosa. Ma sempre non possiamo ricomporre ciò che è stato rotto, e non ci interessa di comprendere ciò che è perduto. E l’architettura? Vi è un monumento in Sardegna della civiltà nuragica che sempre cerco di capire e nel contempo di copiare. Esso scende nella terra, è solo una scala verso un fronte che è illuminata dall’alto. Come ingegneri possiamo capirlo in qualche modo nella sua sezione se accettiamo una geometria non euclidea dove il confluire dell’ordine è un opera oscura. E sempre mi sembra incredibile che quest’opera sublime di architettura sia estranea all’architettura e vedo come un disastro che l’antico significato se mai sia esistito sia solo un’opera oscura.>>

(Aldo Rossi)
 
Ho reinterpretato questa riflessione di Aldo Rossi facendola convergere verso il sottile quanto fondamentale passaggio che precede la progettazione: l’analisi del contesto, perno saldo verso il quale l’architetto deve avvolgersi mutando l’aspetto della sua mente disegnando profili che coabitino in funzione di precedenti realtà. Intervenire in un luogo implica (o dovrebbe farlo) l’accettazione di una serie di “regole” non scritte ma “percepite”. Mi riferisco ad un paradossale esercizio mentale: immaginiamo di dover disegnare qualcosa che si amalgami e dialoghi con un luogo storico ricco di simbolismi antichi. Reinterpretare il paesaggio in funzione di ciò che già esiste. È una attività impegnativa, ricca di sensazioni e riflessioni, che richiede un grande senso analitico e razionale. Lo stesso Rossi in “l’Architettura della città” descrive il sapiente lavoro dell’architetto in relazione ad un concetto quale quello di locus, una concezione tanto importante ai fini qualitativi di un progetto, da rappresentare uno stretto laccio tra chi definisce i nuovi profili della società, l’architetto, e chi la abita.

 Mi appare appropriato, quindi, ripercorrere alcune sue righe in merito al testo citato: << … la città stessa è memoria collettiva dei popoli; e come la memoria è legata a dei fatti e dei luoghi, la città è il locus della memoria collettiva. Questo rapporto tra il locus e i cittadini diventa quindi l’immagine preminente, l’architettura, il paesaggio; e come i fatti rientrano nella memoria, nuovi fatti concrescono nella città. In questo senso del tutto positivo le grandi idee percorrono la storia della città e la conformano.>>


(Aldo Rossi – Teatro del mondo)

 

Ricollegandomi alle prime osservazioni fatte, direi che la visione del tempo come un “flusso plastico e malleabile” contribuisce all’opera di rimescolamento di elementi formali, anche storicamente non complanari, talvolta necessari all’innovazione sia della tecnica che della forma. L’esempio del panorama sardo segue con accuratezza i suddetti presupposti. L’intuizione d’un architettura persa nel tempo rinasce tra le idee cartacee d’un architetto eclettico che sa modellare e rivalutare aspetti antichi, riformulati in chiave funzionale. Persino la normale visione euclidea del mondo è messa in crisi, d’altro canto nessuno vieta di negare il quinto postulato in virtù di nuove percezioni. Come sempre accade ci troviamo nel bel mezzo d’un mero punto di vista, adatto, stavolta, a finalizzare il proprio operato nei confronti del punto focale della faccenda: l’uomo. È interessante osservare, in questo modo, come l’ordine delle descrizioni geometriche sia messo in crisi da un oscuro (come dice lui) nuovo traguardo, risultato di un cambio di coordinate che non ne altera l’essenza, poiché in fondo seppur senza consueti appigli, sempre d’architettura si tratta. 

 


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