La falsa regola di Scampia

8 12 2008

Alessandro Russo

 

Le Vele di Scampia

 

Per alcuni giorni ho lasciato che una frase mi risuonasse nella testa. Un’azione forse volontaria, che inconsciamente mi è servita a riflettere, mi ha fatto capire tante cose. Si tratta di una affermazione fatta da un architetto che ho trovato sgradevolmente vicina a ciò che conosco, a ciò che appartiene alla mia terra d’origine.

“La brutta architettura dà origine a brutta gente”

C’è un doppio livello di lettura. Del quale dobbiamo impadronirci subito, per non degenerare in banali considerazioni che possano compromettere il concetto stesso di Architettura e la relazione che la lega al nostro tempo e alla nostra società. Parlo di un livello speculativo, di carattere teorico, e di uno più materiale, sperimentabile.

 

Le Vele di Scampia

 

L’aspetto concettuale è legato a quello didattico in modo abbastanza lampante:  nelle facoltà di Architettura, dove vengono forgiati gli architetti che disegneranno i profili delle città di domani, si insegna agli studenti a “vivere” il progetto, a camminare tra le sue ombre e le sue luci, a percepire le sensazioni maturando un certo senso di “giustizia”: mi riferisco alla ricerca di una equa dose di funzionalismo, di estetica e di comunicazione. Si insegna la soggettiva arte dell’immedesimazione, che dovrebbe far brillare dubbi e ripensamenti sul progetto, i quali dovrebbero  essere la prova del nove della “buona Architettura”. In tutta franchezza trovo che con queste premesse l’affermazione all’origine di questo articolo possa dimostrarsi appropriata: le Vele di Scampia, a Napoli, rappresentano tutto ciò che non deve essere fatto. Sono il monito di ciò che un architetto non deve raggiungere. Le Vele di Scampia sono un alveare in un deserto degradato che, malgrado i progetti e le prospettive di riqualificazione del “maltrattato” Franz Di Salvo, restano tutt’oggi la culla di una malavita che ha trovato terreno fertile in un’Architettura non pensata, eretta sulla scia della 167 del 1962. Seppur il progetto prevedesse aree verdi, infrastrutture e riconversioni di un area immensa che doveva toccare i confini di Ponticelli, resta soltanto lo strascico di quello che è definito dalla figlia di Di Salvo come un aborto, lontano dalle premesse progettuali iniziali e immischiato in squallidi compromessi politici che hanno definitivamente infangato e stravolto il lavoro di Di Salvo dopo la sua morte.

 

Le Vele di Scampia

 

Esiste poi un secondo piano di lettura della faccenda, quello che riguarda chi vive queste zone e chi porta sulle spalle il peso del progetto, quello che ha visto la luce nelle sue successive modifiche. Mi sono permesso di reinterpretare il concetto secondo il quale “la brutta architettura dà origine a brutta gente”, attribuendo a questa massima una sfumatura scomoda, per la quale non era stata concepita. Ne ho forzato il significato perché trasudava una realtà che ho vissuto, che ho visto, che ne ha dimostrato l’inesattezza dei contenuti. La brutta gente è il prodotto di altra brutta gente. L’architettura in molti casi non c’entra nulla, è solo un valore aggiunto. L’architetto non può avere sulle spalle un peso tanto grande, non può e non deve ridisegnare i confini sociali e le politiche locali. Deve limitarsi a fotografare il suo tempo, analizzarlo progettando in relazione alle intuizioni che ha del futuro. Se la didattica insegna a tener conto del cittadino come fosse un normotipo, la realtà delle cose dovrebbe relativizzare la didattica stessa, soprassedendo le lezioni d’accademia in virtù delle ipotesi più semplici: la casualità e la speculazione che la società può fare dell’idea di Architettura.


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8 risposte

6 02 2009
marco

Ciao,
sono uno studente universitario e avrei bisogno del progetto originale delle vele di scampia….sapresti aiutarmi?
grazie

7 02 2009
Alessandro Russo

Ciao Marco,
purtroppo non mi sono mai occupato delle Vele a livello progettuale, nel dettaglio. Pertanto non posso esserti d’aiuto, mi dispiace. Potresti, però, chiedere informazioni in Comune.

Saluti
Alessandro

7 03 2009
Salvatore D'Agostino

Alessandro,
“La brutta architettura dà origine a brutta gente” VS “La brutta gente dà origine a brutta architettura”
Mi dispiace ma questa tesi non mi convince il progettista sapeva chi doveva abitare quei complessi. In verità è stata l’idea utopica e maldestra di costruire ‘alloggi’ per risolvere problemi specifici.
Alloggi operai dove si stipavano operai.
Alloggi popolari dove si stipavano famiglie con reddito basso.
Quell’idea ha causato dei lager involontari.
Bisogna leggere la complessità dei luoghi prima di costruire l’architettura ‘ideale’ ma solo per l’architetto.
Anche ieri nel programma TV di Augias Vittorio Gregotti diceva che la sua architettura è stata distrutta dalla ‘mafia’. Troppo semplice.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

8 03 2009
Alessandro Russo

Non trovo che la costruzione di alloggi e la volontà di risolvere determinati problemi sia una questione d’utopia. Se così fosse Napoli sprofonderebbe nel fango più di quanto già non lo sia. Il progettista, in questo caso, è stato vincolato a precise direttive del committente. Ed il progetto originale non è neanche stato realizzato nella sua interezza. In tutta franchezza non me la sento di contribuire al “dispezzo” verso Di Salvo. Anche se non posso far altro che concordare con Lei su un fatto: sono stati creati degli alveari nei quali le api malate hanno prodotto un miele tutt’altro che dolce. Ma non tutte le api sono malate.
Tuttavia, proprio perchè bisogna leggere la complessità dei luoghi prima di “fare architettura”, è bene capire fin da subito che in territorio come quello, purtroppo, certe realtà attaccherebbero come un cancro qualsiasi forma di architettura che possa essere utilizzata come strumento illecito.
E Gregotti dice bene: non è compito dell’architetto combattere le mafie.
Un luogo è ideato in “valore assoluto” (mi si passi l’espressione). I suoi sviluppi sono imprevedibili.

Un saluto.

Alessandro

8 03 2009
Salvatore D'Agostino

Alessandro,
il mio non era un attacco agli architetti Gregotti o Di Salvo ma una riflessione sul processo ‘costruttivo’ che proprio in quegli anni ha causato dei problemi non indifferenti.
Molti architetti si difendono col dire che il loro progetto è mal abitato.
Questa tesi non ti sembra troppo semplicistica?
Non credi che sapessero a chi costruivano gli alloggi?
Ormai da qualche tempo si è capito che l’omologazione sociale ‘stipare operai’ o ‘gente indigente’ in un solo superblock causa inevitabilmente conflitti. Questi errori li conoscono benissimo sia Gregotti o Di Salvo (conosceva) ma glissano per non screditare la loro idea ‘architettonica’.
Alessandro non è un problema di architettura ma di analisi sbagliata.
La città è un mix di gente buona o cattiva non si può trascurare quest’aspetto. L’architetto deve avere il coraggio (non solo architettonico) di rispondere a tutte le esigenze anche a quelle modeste.
Un luogo va ideato non in ‘valore assoluto’ ma secondo le esigenze sociali e culturali.
In questo momento in Italia mancano le moschee, le case per le badanti, luoghi per i ROM o Sinti, case per i migranti impiegati nell’edilizia, molta edilizia scolastica e via dicendo.
Queste sono le vere sfide dell’architettura.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

8 03 2009
Alessandro Russo

Senza dubbio “difendersi” solo con certe argomentazioni è semplicistico. Comunque la mia riflessione era incentrata molto più sul valore soggettivo che l’osservatore associa ad una architettura, più che sull’architettura in sè. Mi spiego meglio: le Vele di Scampia non sono state l’unico esempio di edilizia popolare su grande scala in Italia. E seppur questo genere di residenze abbia, per motivi di carattere sociali molto complessi, “imprigionato” in sè una certa tipologia di abitanti, non si sono avuti episodi tanto “mediatici” – a parità di tipologia residenziale – quanto quelli del napoletano. L’architettura c’entra, per carità. Ma c’è dell’altro. E’ la consequenzialità che mi spaventa e che trovo pericolosa: “La brutta architettura dà origine a brutta gente”. La brutta gente abita anche la “bella architettura”. Relegare a questa il compito di modificare l’assetto sociale della città è la vera utopia.
Ecco perchè la frase che ho preso come riferimento all’articolo è da prendere con la pinze. Non escludiamo i progettisti da ogni responsabilità, ma non facciamone dei capri espiatori come è purtroppo accaduto nei riguardi di Di Salvo. Quello che voglio dire è: se negli scantinati delle Vele la Camorra ha creato dei centri per lo smistamento della droga, è colpa delle istituzioni (senza voler aprire un capitolo apposito), non degli architetti. Altrimenti dovremmo “processare” ogni architetto che ha progettato un portico o un angolo buio: luoghi che di questi periodi sono gettonatissimi per crimini quali stupri e rapine.
Certo il “superblock” è una soluzione sconveniente, concordo. Anche io critico, nel mio piccolo, molte scelte progettuali. Le valuto e mi chiedo come avrei operato io nei confronti di certi interrogativi e certe problematiche. Ma purtroppo certe scelte progetuali così distanti dalla attuale concezione di architettura sono state tristemente inevitabili in molti contesti. E so bene che se c’è una possibilità di creare una sorta di “ghetto” della società, questa risiede nell’utilizzo che si fa del territorio.
Una sfida intrigante per l’Architettura, è verissimo. Livellare le genti e abbattere i ghetti.

Grazie per gli spunti
Un saluto

Alessandro

8 03 2009
Angelo

Premesso che non sono architetto e neppure un addetto ai lavori, sono però napoletano e mi considerò un buon conoscitore delle cose della mia città. Sono rimasto molto colpito dalle vostre interessanti affermazioni e mi sorgono delle domande, da architetti siete convinti che se al posto delle vele fossero state costruite delle villette a schiera di ultima generazione, magari ecosostenibili e con tutti i comfort… il comportamento delle persone che vi vivono attualmente sarebbe stato diverso? Io credo che non sia compito della architettura livellare le genti e abbattere quindi i ghetti, ma sia compito della società. Ad un architetto io chiedo di fare una opera che rispetti dei canoni, che sia funzionale alle persone che ci andranno ad abitare (target di riferimento), ma tutto sommato l’architetto non credo abbia la possibilità della scelta dell’acquirente e quindi è tutto relativo.

[...]Un luogo va ideato non in ‘valore assoluto’ ma secondo le esigenze sociali e culturali.[...]
D’accordo, e allora chiedo, Voi cosa avreste costruito al posto delle vele?
Saluti e grazie

8 03 2009
Alessandro Russo

L’archettura “livella le genti” nel momento in cui non crea dei ghetti. E a Scampia non si è arrivati a tanto. Tuttavia trovo sensato notare che se anche non vi fosse stato un ghetto, la situazione sarebbe cambiata di poco. Basta allontanarsi di poco più di un chilometro per entrare in paesini della periferia che hanno sulle spalle un processo evolutivo (a livello architettonico) ben diverso ma che mantengono lo stesso degrato sociale.

un saluto
Alessandro

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