Alessandro Russo

“Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto, pari al peso del volume di fluido spostato”
Il principio di Archimede è abbastanza intuitivo, tutti ne conosciamo gli effetti. Mettiamo un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua e noteremo che il livello dell’acqua si innalzerà in modo proporzionale al volume del cubetto.
Benissimo. Sostituiamo il bicchiere d’acqua con gli oceani e il cubetto di ghiaccio con i ghiacci delle calotte polari. Risultato? Innalzamento del livello del mare ed una conseguente perdita di terre emerse. Il passaggio successivo è: sostituiamo i valori e facciamo stime reali, in modo da valutare come muterà l’assetto del pianete in un futuro relativamente prossimo.
Sebbene ci siano dati e previsioni molto discordanti al riguardo, prendiamo alcuni tra quelli più accreditati, ovvero quelli forniti dal GIEC (Gruppo Intergovernativo sull’Evoluzione del Clima), per ragionare sui nuovi orizzonti con i quali l’attività umana sarà costretta a confrontarsi. Il GIEC conta circa cinquecento scienziati di varie nazionalità giunti ad una stima approssimativa dei possibili cambiamenti con cui l’ecosistema dovrà confrontarsi in un prossimo futuro. L’attività scientifica internazionale è concorde sul fatto che un incremento della temperatura del globo di 1 ° C porterà, a seguito dello scioglimento dei ghiacci polari, ad un aumento volumetrico dei mari tale da riscontrare un innalzamento del livello marino compreso tra i venti ed i novanta centimetri. Sebbene si tratti di una attività naturale ciclica, occorre constatare che tale attività ha subito notevoli slanci a causa dell’opera umana. Il surriscaldamento anticipato ed il conseguente scioglimento dei ghiacciai sono il prodotto di un utilizzo errato delle risorse naturali e di una speculazione industriale tutt’altro che ecosostenibile. Pertanto l’aumento di circa un metro del livello marino porterebbe alle terre emerse perdite di circa lo 0,05% in Uruguay, 1% in Egitto, 6% nei Paesi Bassi, 17,5% in Bangladesh e fino al 80% circa nel atollo Majuro in Oceania (Marshall, Kiribati e altre isole passo dopo passo, Maldive): inevitabili problemi in tutte le zone costiere.
Paesi come il Vietnam, Egitto, Bangladesh, Guyana o Bahamas vedrà loro luoghi più abitati sommersi, i loro più fertili campi devastati dalla invasione di acqua salata impegnata a danneggiare gli ecosistemi locali. New York, Bombay, Calcutta, Ho Chi Minh City, Shanghai, Miami, Lagos, Abidjan, Giacarta, Alessandria … tutti luoghi in pericolo se non si comincia la doverosa opera di prevenzione e protezione connessa ad una tale minaccia. In questa proiezione del futuro, che gli scienziati vedono possibile nell’arco di un secolo, le attività umane, le culture e le società, dovranno gemellarsi come forse mai è accaduto nella storia umana di cui si ha memoria.
“L’architettura di questi ultimi anni sembra rifiutare di crescere sulla propria storia. Essa si rivolge all’arte come l’unico ambito di una sua possibile rigenerazione. Nel frattempo la stessa arte aspira ad una totalità pervasiva, proponendosi come il modello più alto per ogni manifestazione dell’esistenza umana, più alto anche della religione”

L’architetto, in uno scenario di modifica degli assetti globali, è per forza di cose chiamato in causa. È in queste occasioni che l’architettura raggiunge l’apice della manifestazione dell’esistenza umana. Lo sa bene un architetto belga, Vincent Callebaut, che certe problematiche se l’è poste anzitempo. Valutando i dati, le prospettive climatiche, le possibili modifiche dei luoghi abitati, ha condotto il proprio estro nel futuro, progettando nuovi modi di vivere i luoghi e le città. A chi è rivolto il suo studio? A chi sarà costretto a lasciare la propria abitazione a seguito degli incombenti cambiamenti climatici. Lui li chiama “rifugiati ecologici”.
Senza altre parole, introduco la sua idea, così come lui la mostrata al mondo. Tratta temi quali ecosostenibilità, urbanizzazione del mare, nomadismo. A mio avviso si tratta di uno scenario interessante, soprattutto ai fini speculativi. Callebaut lancia un interrogativo ed una provocazione allo stesso tempo. Chiede se l’umanità è pronta per modificare la sua idea di luogo. Se è pronta a staccarsi dalle ataviche forme di appartenenza alla Madre Terra, sostituendo sotto i piedi il brullo terriccio con le fredde acque dell’oceano.
Il progetto “Lilypad”, nasce da questo. Si occupa di una soluzione sostenibile in riferimento alle stime sull’innalzamento del livello marino mondiale. Si tratta di una sorta di galleggiante, una “Ecopolis” che ha il duplice obiettivo di ampliare l’utilizzo di zone fin’ora mai prese in considerazione (a causa di evidenti problemi strutturali cui dovrebbero sottoporsi opere di edilizia) dei paesi più sviluppati, come il Principato di Monaco, ma soprattutto per la concessione di alloggi a rifugiati climatici. Ragionevole valutazione di un futuro prossimo col quale dovranno fare i conti le popolazioni più colpite dall’innalzamento marino, come gli atolli polinesiani.
Lilypad, un prototipo di autosufficienti città-anfibi

La struttura galleggiante in «rami» della Ecopolis è ispirata alla struttura e alla forma della Lilypad, una varietà tra le più grandi e belle ninfee dell’Amazzonia. Nello specifico si tratta della varietà Victoria Regia, circa duecentocinquanta volte più grande del normale. La doppia pelle della struttura galleggiante è costituita da fibre di poliestere ricoperto da uno strato di biossido di titanio (TiO2), una membrana che reagisce ai raggi ultravioletti permettendo l’assorbimento dell’inquinamento atmosferico sfruttando una sorta di “effetto fotovoltaico”. Interamente autosufficiente, la Lilypad riprende le quattro principali sfide lanciate da parte dell’OCSE nel marzo 2008: il clima, la biodiversità, l’acqua e la salute. Ha raggiunto un positivo equilibrio energetico con zero emissioni di carbonio e con l’integrazione di tutte le energie rinnovabili (solare, termica e fotovoltaica, energia eolica, idraulica, energia delle maree, utilizzo di biomassa) producendo quindi una quantità di energia proporzionale al consumo. È a tutti gli effetti un biotipo interamente riciclabile.

Si tratta di un vero mezzo anfibio integrato con una nuova concezione della città, in grado di ospitare cinquantamila abitanti, sostenere la biodiversità che occorre al corretto sviluppo della fauna e della flora. Tutt’attorno vi è la laguna che cinge una centrale di raccolta di acqua. Tale laguna artificiale è interamente immersa grazie ad un apposito sistema di zavorramento, che consente di vivere nel cuore della profondità subacquee. L’assetto multifunzionale della città suddivide gli spazi in tre porti turistici e tre montagne, rispettivamente dedicati al lavoro, ad attività commerciale ed intrattenimenti. L’insieme è coperto da uno strato di alloggi “sospeso”, nel quale si impiantano giardini e dai quali si dirama una rete di strade e vicoli basata su precisi schemi organici. L’obiettivo è quello di creare una armoniosa coesistenza della coppia uomo-natura, un binomio necessario per esplorare nuovi modi di vivere il mare.

NOTA IMPORTANTE: Le immagini utilizzate, la descrizione del prototipo e alcuni frammenti dell’articolo sono stati tradotti dal sito ufficiale di Vincent Callebaut, nella sezione dedicata al progetto. Molte parti sono state sottoposte ad aggiunte. L’articolo potrebbe contenere piccole inesattezze provocate da una traduzione errata. Molte altre informazioni tecniche sono reperibili sul sito dell’Architetto.
Monsieur Callabaut,vous selon moi vouz avez eu l’idée du siècle.
J’èspère qu’elle vas se réaliser.
Bonne continuation!!!