Alessandro Russo

La natura e la storia hanno da sempre stretto legami profondi, modellando di volta in volta i profili dei territori sui quali l’uomo ha posato gli occhi. Nella natura l’uomo ha sempre cercato un modello, un’armonia (talvolta illusoria) che potesse razionalizzare e rendere ordinata la sua idea di mondo e di spazio. I volumi, le luci e le dinamiche della natura, si sono evolute di pari passo con la storia, ampliando significati ideologici e caratteri formali. Dunque, trovo che possa dimostrarsi corretto leggere il paesaggio in funzione del concetto di “spazio”, perché è in esso che l’architetto manifesta le proprie relazioni col contesto, con “l’intorno”. E’ nella definizione dello spazio che l’architettura ha cercato di compararsi con la natura, cercando di instaurare un rapporto di bilanciamento e di continuità. Soltanto se si definisce un “luogo” si può parlare di architettura e, seppur la natura nella sua genuina opera ingegneristica sia già di per sé un opera architettonica – un luogo perfettamente equilibrato – (almeno da un punto di vista strettamente romantico), la lettura di un paesaggio deve tener conto anche delle attività umane, delle sue trasformazioni e delle sue ricostruzioni, oltre che delle alterazioni dell’equilibrio naturale.
Walter Gropius ha scritto che « il paesaggio umano che ci circonda è un’ampia composizione spaziale, costituita di pieni e di vuoti. I volumi possono essere edifici, o ponti, o alberi, o colline. Ogni tratto visibile esistente, naturale o fatto dall’uomo, conta nell’effetto visivo di questa grande composizione »
La storia dell’architettura moderna ruota intorno al suo rapporto con l’ambiente. Una connessione che risulterà, con le dovute previsioni, sempre più vitale in un futuro ormai prossimo. Nel corso degli anni c’è stata una lenta ricerca fatta di tentativi e di idee progettuali miranti all’equilibrio tra natura e manufatto architettonico; quest’ultimo avrebbe dovuto amalgamarsi col contesto senza creare fratture o traumi al territorio, avrebbe dovuto trovare posto “nella” natura, diventando, paradossalmente, parte di essa, il frutto della genialità, delle percezioni e della sensibilità dell’uomo. Un traguardo che però ha spesso prodotto l’effetto inverso, ovvero quello di trasportare la natura nel manufatto architettonico, la quale si è perfettamente integrata a seguito di cambiamenti di natura economica e sociale, piuttosto che progettuali. Maurizio Vitta, osservando alcune tra le principali espressioni dell’architettura dell’inizio del XX secolo, fa alcune interessanti osservazioni inquadrando fin da subito la necessità del movimento moderno di distinguere il “costruito” dal “naturale”:
« Incasellata nella logica architettonica, la percezione del paesaggio naturale era dunque destinata a filtrare attraverso gli interstizi della tecnologia del costruito, fondata su nuovi rapporti tra interno ed esterno, figura e sfondo. In tale prospettiva, la teorizzazione dell’architettura di vetro come pura trasparenza ribadì l’aspirazione a lasciarsi trapassare dalla natura come da un soffio vivificante, al quale ispirarsi per sostituirla con nuove presenze e nuove figurazioni »
L’aspirazione a “lasciarsi trapassare” rivela la volontà di non frapporre, tra la “genuina” natura e la “artificiale” architettura, alcuna barriera invalicabile, in modo da permettere una continua relazione col territorio che ci ospita, riducendo al minimo la sensazione di estraneità nei confronti del “selvaggio” mondo naturale che l’uomo moderno sente più che mai distante dalle proprie abitudini.